Parlano i soldati iracheni che hanno scelto di non combattere: “Non abbiamo possibilità di vincere la guerra”
“Mi arrendo ai soldati Usa per dire basta con Saddam”

KUWAIT CITY – “Ho deciso con un gruppo di soldati di Bassora di arrendermi alle forze americane. L’abbiamo fatto innanzitutto perché siamo consapevoli che i rapporti di forza sono impari. Sappiamo bene che non abbiamo alcuna possibilità di vincere”. Abbas Fahd, nato a Bassora, è uno dei migliaia di soldati iracheni che hanno rinunciato a combattere. Indossa un’uniforme sporca, sdrucita e di taglia più che abbondante, il corpo esile ci galleggia. Il volto incavato e la barba incolta segnalano una lunga permanenza lontano da casa, in qualche remota località del deserto. Gli occhi stanchi e infuocati tradiscono una vitalità repressa. Il tono di voce altisonante segnala una volontà di rivalsa. Nella sua testimonianza, diffusa dalla tv araba di Abu Dhabi, Abbas manifesta per la prima volta la realtà umana e politica di migliaia di soldati iracheni.

Perché vi siete arresi senza neppure combattere?
“Ci siamo arresi anche perché non vogliamo più essere sottomessi al regime di Saddam. Come tutti gli iracheni, abbiamo atteso l’arrivo delle forze americane per liberarci dal partito Baas”.

Pensa che questo sentimento sia condiviso dalla maggioranza dei soldati iracheni?
“Non soltanto dai soldati. Anche i comandanti, compresi quelli di più alto grado. Tutti loro aspettano la prima occasione per abbandonare le proprie postazioni e fuggire”.

Qual è il morale dei soldati iracheni?
“E’ molto basso. Qualsiasi militare è in grado di comprendere che non può resistere alla forza imponente dell’esercito americano, che è in possesso di armi con una tecnologia molto evoluta. Tutti noi siamo consapevoli che alla fine sarà l’America a vincere questa guerra”.

Da quanto tempo si trova sotto le armi?
“Da poco più di due anni. Guadagno una miseria e faccio fatica a tirare avanti. Il partito Baas ha ridotto alla fame il popolo iracheno. Ci ha trasformato in una massa di disperati. Ecco perché oggi accogliamo a braccia aperte le forze di liberazione straniere”.

Quale trattamento ha ricevuto dall’esercito americano?
“In linea di principio buono. Ma noi ci attendiamo molto di più. Dove sono gli aiuti che ci avevano promesso? Dove è il cibo per sfamare la popolazione? Dove sono i soldi per ricostruire il paese?”.

Abbas non lo dice, ma probabilmente è di confessione sciita, come la maggioranza degli abitanti di Bassora. Il capoluogo del Sud fu il primo a insorgere nel marzo 1991 dopo la sconfitta dell’esercito iracheno in Kuwait. E anche ora è a Bassora che si registrano le prime diserzioni significative, quelle della 51esima e dell’undicesima divisione dell’esercito, in tutto circa 40 mila uomini. Per questo il generale Franks ha deciso di non occupare militarmente la città.

Ieri, di prima mattina, una colonna di camionette della Croce Rossa si è incamminata dall’Hotel Radisson Sas in direzione della frontiera irachena. Il loro compito sarà quello di incontrare i primi prigionieri di guerra iracheni per accertare il rispetto delle normative contemplate dalla Convenzione di Ginevra. “Per assicurare l’obiettività e la spontaneità delle loro dichiarazioni – spiega Tamara Al Rifai, portavoce della Croce Rossa a Kuwait City – gli incontri dei nostri funzionari con i prigionieri avvengono nella più assoluta riservatezza. Nessuno è autorizzato a parteciparvi. I prigionieri devono sentirsi liberi di denunciare eventuali maltrattamenti o condizioni di detenzione insostenibili”.

La Croce Rossa ha una lunga e consistente esperienza con i prigionieri di guerra iracheni. Il 24 febbraio 1991, subito dopo l’inizio dell’offensiva alleata che portò alla liberazione del Kuwait occupato, ben 80 mila soldati iracheni si arresero in massa. Erano perlopiù coscritti di etnia curda o di confessione sciita. Come lo è probabilmente Abbas. I soldati aspiravano a arrendersi perché era la sola garanzia di sopravvivere fisicamente. Chi non ebbe la fortuna di essere preso in consegna dalla forza multinazionale e poi affidato alla Croce Rossa, morì sotto le bombe alleate o falcidiato dalle raffiche di mitra dei pretoriani della Guardia Repubblicana che non si fidano e disprezzano l’esercito regolare. Ecco perché oggi il prigioniero Abbas ha tanta voglia di rivalsa e sogna un Iraq migliore.

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