La tattica utilizzata da Saddam fu inventata da Ho Chi Minh

A balzi verso la capitale ma il raìs imita i vietcong
La partita si gioca intorno a Bagdad: gli Usa puntano a isolare le élite militari. Guerra asimmetrica: l’ultima volta in Somalia
di GIANNI RIOTTA

NEW YORK – Le avanguardie delle truppe angloamericane sono a poche decine di chilometri da Bagdad, la capitale irachena. Dal Kuwait una lunga colonna di uomini e mezzi corazzati si stende nel deserto mentre infuriano i combattimenti per liberare Bassora, dove dovrebbero entrare per primi gli inglesi. Più a Nord si combatte a Nassiriya, dove un agguato di fedayn e «martiri di Saddam», truppe irregolari, ha ucciso domenica dieci soldati catturandone una quindicina. A Kerbala, 100 chilometri da Bagdad, un vespaio di armi da fuoco di calibro modesto ha abbattuto ieri due elicotteri Apaches. Un equipaggio è stato salvato, due piloti sono invece prigionieri. Il generale americano Tommy Franks dice che la guerra procede «secondo i piani».

L’ambasciatore iracheno all’Onu, al-Douri è persuaso che «durerà anni». Saddam Hussein chiama i fedeli alla guerra santa, il ministro della Difesa iracheno Sultan Hashim ironizza: «Gli americani evitano di combattere nelle città, vanno a Nord, tirando dritto torneranno in Europa». Chi sta vincendo la guerra? Perché il ministro della difesa Donald Rumsfeld e il generale Franks hanno optato per questa avanzata a fondo, senza prima occupare e pacificare le città che si sono lasciati alle spalle? Qual è la nuova strategia di Saddam? Per capirlo dobbiamo ricordare l’incontro al fronte tra il generale americano David McKiernan, comandante delle truppe alleate in Iraq, e il suo collega generale William Wallace, a capo del V Corpo che dovrà espugnare Bagdad.

Tema del dialogo: come entrare nella capitale senza distruggerla e fare strage di civili, ma impedendo alla Guardia repubblicana di trincerarsi nella Stalingrado del nuovo secolo? I due generali hanno un testo chiaro in mano: il piano del generale Grant alla battaglia di Vicksburg, durante la Guerra Civile americana, che isolò le truppe sudiste, via via che provavano a trincerarsi nell’abitato. «Stiamo assistendo – spiega un colonnello docente all’Accademia militare di West Point che prega di restare anonimo – a una strategia che ricorda, nel deserto, quella che il generale Douglas MacArthur impiegò contro i giapponesi nel Pacifico, durante la Seconda guerra mondiale.

Anziché fermarsi a conquistare ogni isola, o ogni arcipelago, MacArthur spostava navi, truppe e aerei con balzi di centinaia di chilometri, lasciando poi ad arrendersi, o essere battuti, i giapponesi rimasti indietro». Così la colonna meccanizzata statunitense procede dentro un Iraq le cui città, da Bassora, la seconda con un milione di abitanti, a Nassiriya, restano ancora da occupare. La decisione militare deriva da una scelta politica: la Casa Bianca sa che la guerra è impopolare all’estero, Europa e mondo arabo, e lascia tanti perplessi anche tra i propri cittadini. Non si possono fare vittime tra i civili, non si possono perdere troppi soldati e non si possono distruggere le città e le infrastrutture irachene, pena inimicarsi la popolazione.

A Nassiriya le vittime civili sono, da fonte irachena, solo dieci, meno dei caduti americani. «Tanti generali storcono il naso – spiega Peter Feaver, stratega della Duke University – perché la guerra “leggera” voluta da Rumsfeld per ragioni politiche espone i soldati a rischi molto gravi. Ai suoi tempi, il generale Colin Powell volle una forza formidabile, preceduta da raid aerei cospicui». Bagdad, Bassora, Umm Qasr e Nassiriya non hanno subito le notti di bombardamenti pesanti toccati alla capitale irachena nel 1991 e a Belgrado durante la liberazione del Kosovo.

Restano indietro «i vespai» e davanti la solida Guardia repubblicana fedele a Saddam Hussein. Lamenta un fuciliere di Liverpool, al fronte di Bassora con i Royal Fusiliers: «Il nemico non subisce bombardamenti. E quando dobbiamo rispondere al fuoco non ci danno il permesso se non abbiamo una chiara linea di visuale. Cioè dobbiamo vedere a chi spariamo, ed essere certi che non si sia nascosto in una casa con dei civili».

Durante la prima Guerra del Golfo Saddam Hussein tenne i suoi uomini in trincea e ricevette una brutale punizione dall’aviazione alleata. Ha mutato adesso tattica, studiando la lezione della sconfitta americana in Vietnam e l’imboscata che le forze irregolari somale condussero con successo a Mogadiscio nel 1993. A Bassora i militari della 51ª Divisione meccanizzata sono tenuti al fronte da miliziani del Baath, «martiri di Saddam e fedayn», armati di tutto punto. Anziché affrontare il nemico testa a testa, le truppe irregolari, spesso senza divise, vestite di nero o in abiti civili, attaccano le truppe meno agguerrite, come i genieri del 181° catturati domenica.

Shawna, la ragazza con le treccine, mamma di una bambina di due anni, che avete visto in tv, è una cuoca dell’esercito. Dalla guerra alla guerriglia. Le milizie irregolari si muovono in jeep private, in auto a trazione integrale quattro per quattro, perfino in taxi normali o in autobus. Gli americani hanno l’ordine di non strangolare il traffico civile ai posti di blocco e il risultato sono agguati e sorprese. Ma la lezione migliore che gli iracheni hanno tratto da Vietnam e Somalia riguarda gli elicotteri. Ieri due elicotteri Apache sono stati abbattuti e, secondo fonti dal campo non confermate dal Pentagono, decine colpiti da fucilate «alcuni anche con dieci, dodici buchi da proiettili». L’Apache Longbow, arco lungo, è una macchina da guerra con un computer che seleziona 120 bersagli, discrimina i 16 più pericolosi, confronta la propria ricerca con quella degli altri elicotteri e colpisce. In meno di 30 secondi.

Armato con otto missili Hellfire, fuoco dell’inferno, mitragliatrice da 30 millimetri e dotato di sensori infrarossi, l’Apache sembra fuori portata per la contraerea di Saddam. Ma molti di voi avranno visto i due film «We were soldiers once…» e «Black hawk down», che narrano della battaglia di Ia Drang in Vietnam, nel 1965, e della disastrosa umiliazione dei marines a Mogadiscio nel 1993. Difficile dire se Saddam conosca la pellicola con Mel Gibson, ma certo ne ha studiato le implicazioni militari. Fino a Ia Drang i vietcong e i regolari nordvietnamiti fuggivano sempre all’apparire degli elicotteri. Ma a Ia Drang il generale vietnamita Chu Huy Man intuì che i suoi soldati potevano resistere, affrontare gli elicotteri con le carabine e i fucili residuati della lotta contro i francesi, impiegandoli a tiro incrociato e, soprattutto, sparando quando gli americani tornavano a terra per soccorrere i feriti.

È la tattica adottata in Iraq e che è costata due elicotteri e due piloti. Con i 273 chilometri l’ora di velocità massima l’Apache è troppo rapido per essere fermato a fucilate da chi spara direttamente. Ma i vietnamiti studiarono la tecnica dei cacciatori d’anatre, che tirano davanti allo stormo di uccelli, in modo che gli animali si infilino, ignari, nella rosa dei pallettoni. Un pilota americano racconta: «Al mio primo volo in Vietnam, mi misi a ridere vedendo un viet che si alzava dall’erba alta, scaricava il fucile senza mirare davanti a noi. Il mitragliere lo falciò e mentre mi voltavo a scherzare con il pilota lo vidi terrorizzato. Eravamo finiti, trascinati dalla nostra velocità dentro i colpi del nemico già morto. Ne uscimmo a stento». «Il modello dell’offensiva americana è chiaro – spiega lo stratega inglese John Keegan -: una lunga linea fino a Bagdad, isolando la Guardia repubblicana. Prendere i due ponti di Nassiriya potrebbe essere la chiave della guerra, come la celebre cattura del ponte di Remagen sul Reno, il 7 marzo 1945 spianò la strada verso la vittoria in Germania.

Non ci sarà il fronte Nord, per il rifiuto della Turchia. Le navi con l’attrezzatura della IV Divisione meccanizzata stanno tornando verso Suez. Né si aprirà un fronte da Ovest, dall’aeroporto siglato H3. La battaglia si vince dal Sud e a Bagdad». Assisteremo quindi a una guerra bizzarra: le telecamere ci avvincono al primo piano dei combattimenti al Sud, Bassora, e al centro, Nassiriya, mentre la partita si gioca attorno a Bagdad. L’offensiva che si sta scatenando in queste ore sulla divisione «Medina» della Guardia repubblicana ha come obiettivo scoraggiare e disarmare tutti i combattenti scelti del regime. La Guardia può usare la tattica impiegata dal generale sovietico Vasily Chuikov a Stalingrado: portare la sua trincea di prima linea così vicino al nemico, da rendere impossibile l’uso dell’artiglieria e dell’aviazione, per non moltiplicare le vittime da fuoco amico. Se i generali McKiernan e Wallace non riescono a isolare la Guardia dal ridotto di Bagdad, la «guerra leggera» di Rumsfeld e Franks perderà il vantaggio della tecnologia e dovrà vincere casa per casa.

«Saddam Hussein sta organizzando una guerra asimmetrica – dice il generale Benjamin Freakly, vicecomandante della Centunesima divisione -. Non lancia i carri armati contro i carri armati. Si dilegua negli agguati». «Guerra asimmetrica» è il gergo militare per una sfida in cui la debolezza è capovolta in vantaggio, come nel duello tra Davide e Golia. La Guardia repubblicana si batté con onore durante la prima Guerra del Golfo, «combatterono a morte», scrive l’esperto della Cia Ken Pollack. Il 26 febbraio 1991 tre divisioni corazzate Usa e un reggimento di cavalleria, con mille carri armati, affrontarono in dodici ore di inferno i reparti della Divisione Tawakalnah ’alla Allah della Guardia che lottò fino alla distruzione dell’ultimo dei suoi 300 tank. Il giorno dopo le divisioni Medina, Adnan e Nabuconodosor della Guardia si distinsero, disputano il terreno a forze superiori.

La guerra non si decide dunque né al Sud, né al centro dove Cnn appunta le telecamere e Rumsfeld ci distrae con i giornalisti che accompagnano le truppe. Si vince contro la Guardia a Bagdad. Ieri, il segretario di Stato Powell ha ricordato il rischio delle armi chimiche e biologiche di Saddam. La colonna angloamericana è lunga 600 chilometri e presenta un fianco enorme ai sabotaggi dei commandos. Con gli alleati a pochi chilometri dalla capitale, gli iracheni con la guerriglia al Sud e la battaglia urbana della Guardia al Nord, siamo da oggi ai giorni decisivi della guerra. Saddam spera che i colloqui tra i generali McKiernan e Wallace sia vano, Bush e Tony Blair gli affidano il loro futuro politico.

Gianni Riotta

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