gen 23
Nei giorni scorsi ho comprato un nuovo computer portatile. Si tratta di un Acer 3053 wmxi. È subito nata la voglia di vederlo funzionare con Ubuntu 6.10 ma dopo l’installazione mi sono accorto che c’era qualche problemino con il sistema wireless e con l’audio.
Per quanto riguarda la scheda wireless integrata, il problema è nella scheda BroadCom 4318 WiFi. Tutti i tentativi con bcm43xx-fwcutter sono stati infruttosi. Sono dovuto perciò passare all’utilizzo di Ndiswrapper. Qui ho scoperto che qualcuno ha creato uno script automatizzato per Ubuntu. Quindi è sufficiente scaricare questo file, scompattarlo sul desktop ed eseguire come superutente (sudo) il file ndiswrapper_setup. Ha funzionato alla perfezione.
Per quanto riguarda l’audio, nonostate la verifica di tutti i settaggi, l’ALC883 Analog non funzionava e non c’era verso di far emettere un singolo suono al portatile. Anche qui installazioni e disinstallazione di componenti varie non era servito a nulla. Per caso però sono capitato sul blog di NickW, il quale diceva semplicemente che era necessario scaricare questo file ed installarlo, cosa che ho fatto. Finalmente l’Alsamixer ha inziato a fuzionare… musica per le nostre orecchie!
Questi sono i pochi passaggi che hanno permesso al mio Acer di funzionare perfettamente su Ubuntu 6.10. Il prossimo passo sarà cercare di far funzionare il lettore di smrt card incorporato, ma credo che per questo ci sarà ancora tempo…
dic 17
«Si va alla rivolta» titolava un post di Antonio Di Pietro scritto sul suo blog l’11 dicembre. «Si va», ha scritto. E dire che un tempo non sarebbe stato necessario: nel 1995, Di Pietro, aveva (…) (…) in mano il Paese. Ma Francesco Saverio Borrelli la riassunse così: «Di Pietro prese contatto con tutto il mondo politico di allora. E a me parve una cosa piuttosto ridicola, perché sembrava quasi o che andasse a proporsi al miglior offerente o che addirittura si sentisse investito di una missione superiore, e consultasse tutto il mondo politico ritenendo il suo appoggio decisivo alle sorti politiche del Paese. Questo atteggiamento, a lungo andare, l’ha rovinato. Poco alla volta il ricordo di Mani pulite e di Di Pietro andò cancellandosi. Se un mese dopo le sue dimissioni si fosse subito candidato, avrebbe preso la maggioranza assoluta dei voti. Invece, secondo me, Di Pietro ha sperperato con le sue stesse mani il patrimonio che aveva acquisito». Una sintesi perfetta. Nel giugno 1995 però era ancora acclamatissimo: un sondaggio Swg spiegava che il 50,6 per cento degli italiani pensava a lui come leader politico e il 61,4 lo riteneva vittima di un disegno giudiziario. Un Paese ignaro e stordito sorreggeva Di Pietro da destra, da sinistra e dal centro. Gianfranco Fini, nel difenderlo pubblicamente, faceva a gara con Gianni Alemanno. Un dirigente di An annunciò i comitati «Di Pietro non si tocca». Il Fronte della Gioventù, il 26 giugno, organizzò una manifestazione pro Di Pietro davanti al ministero della Giustizia. Per non essere da meno, il 3 luglio ne organizzò una anche il Movimento sociale di Pino Rauti. Tutto così. In realtà già trescava con la sinistra dalemiana, ma da spartiacque fecero le inchieste giudiziarie che lo investirono. A margine di un interrogatorio del 2 giugno 1995, oltretutto, rese noto un suo precedente «progetto strategico per il futuro» che annoverava, come primo punto, «Completare le inchieste sulla guardia di finanza e raccogliere le prove fondamentali sul gruppo Berlusconi lasciando il proseguimento dibattimentale ai colleghi, per non trovarsi bloccato per altri due anni». Eppure moltissimi, a destra, non volevano capire. L’8 ottobre 1995, per dire, Di Pietro scrisse sulla Stampa: «Gli ultimi attacchi di Berlusconi alla magistratura non possono passare sotto silenzio… Ho detto a lui come mi senta vicino col cuore agli elettori di Forza Italia… Questo desiderio di rinnovamento ha contagiato molti e, confesso, anche me. Ho l’impressione, però, che se Berlusconi continua a raccontare frottole agli italiani, prima o poi in molti saranno costretti a rivedere la propria posizione. Tra questi, anch’io». La commedia continuava. In una concatenazione cronica di abbagli, Maurizio Gasparri definì l’articolo «una dichiarazione d’amore per Forza Italia» subito imitato dal Tg2, che enfatizzò il passaggio in cui Di Pietro guardava «al cuore degli elettori di Forza Italia». La sostanza è che diverrà prima ministro col governo Prodi e poi candidato pidiessino al collegio del Mugello
Filippo Facci Libero
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dic 15
Se ragioniamo a mente fredda sull’attentato subito da Silvio Berlusconi, vediamo emergere soprattutto tre lezioni. La prima è la più banale. Ma sta alla base delle decisioni che lo Stato deve prendere e che non ha mai preso. Sono misure dettate da una constatazione: il premier è vulnerabile, chiunque può ucciderlo. Domenica sera, se lo sciagurato Tartaglia avesse impugnato una pistola, (…) (…) invece che un mini Duomo di Milano, staremmo qui a scrivere il coccodrillo del Cavaliere, il suo necrologio. E due giorni dopo si sarebbe celebrato un altro funerale di Stato. Viviamo nell’Italia sfasciata del 2009. Dove il peggio può accadere da un momento all’altro. Poche settimane fa, i servizi segreti avevano suggerito al premier di restare lontano dalla folla. Ovvero di fare quello che Berlusconi non vuole fare. Per lui, il contatto con la gente è come l’aria. Non può rinunciarci poiché sta alla base del proprio mito politico. Da oggi dovrà farne a meno. E rivedere tutte le misure di sicurezza che lo riguardano. Mentre lo scrivo, mi sento umiliato come cittadino. E mi domando che democrazia sia mai la nostra se il capo del governo è costretto a vivere in un bunker. La risposta la conosco: dopo la fase sanguinaria del terrorismo, stiamo ritornando a essere una società violenta, dominata dall’odio politico e spaccata in due. Proprio qui emerge la seconda lezione. Bisogna rassegnarci a riconoscere che il montare dell’odio fa dell’Italia un paese in guerra. Nessuna potenza straniera ci sta assalendo. La guerra ce la facciamo da soli, in casa nostra, tutti i giorni. È una caricatura della guerra civile che abbiamo già sofferto. Ma non meno pericolosa. Bugie e verità Prende forma in migliaia di piccoli gesti ribaldi. I quotidiani non li registrano. Però tutti sappiamo che ci sono. Ognuno di noi è un testimone di questo conflitto umorale, grottesco, malvagio. E prima o poi rischia di diventarne una vittima. A fomentare la guerra interna è soprattutto una parte politica: la sinistra, nelle sue tante forme. Qualcuno osserverà che anche la maggioranza di centro-destra ha le sue colpe. A cominciare proprio dal premier. Per come parla, per come si agita, per come replica alle offese, per come respinge le intimazioni degli avversari. Ma è un argomento che non regge. È soltanto fumo, nebbia artificiale, una cortina di bugie per nascondere la verità. E la verità sta sotto i nostri occhi, tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi. Dalla fine di aprile in poi, la sinistra ha deciso che soltanto la piazza può sconfiggere l’odiato Caimano. Nascono da questa pericolosa convinzione i cortei, le adunate, i No Berlusconi Day, le contestazioni violente. Come l’ultima organizzata contro il premier a Milano, poco prima dell’aggressione.
Gianpaolo Pansa – Libero